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Bergamo
L’incontro con la stampa è avvenuto nella mattinata di lunedì 30 giugno nella nuova sede operativa della società a Levate: una struttura moderna, pensata per offrire ad allenatori, giocatori e addetti ai lavori un punto di riferimento stabile e funzionale.
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«Non ne farei una questione di genere, ma di voglia di andare oltre la normalità. E queste meravigliose ragazze, di voglia di andare oltre la normalità ne avevano tanta».
Però è un fatto che l’oro olimpico nel volley sia arrivato dalle donne. E che la prima medaglia europea nel basket da 22 anni a questa parte sia arrivata dalle donne. Una casualità?
«Guardi, lo chiede a una persona che alle casualità non crede».
Andrea Capobianco, l’arruffato e scamiciato condottiero di una Nazionale arrivata là dove nessuno immaginava, si gode il riposo nella sua Venafro. E un bronzo impensabile.
«Impensabile? Forse per chi ci dava perdenti ogni volta, con Belgio, Francia, Turchia, Lituania, Slovenia... Avremmo dovuto perderle tutte».
E invece...
«Invece sono molto contento di aver allenato un gruppo eccezionale».
Il segreto del bronzo?
«Ce ne sono diversi, anche se non sono poi così segreti».
Per esempio?
«La consapevolezza».
Si spieghi.
«Eravamo consapevoli di ciò che sapevamo fare bene e di ciò che sapevamo fare un po’ meno bene. E su questo abbiamo lavorato. Non è lo schema che ti fa vincere la partita, ma la qualità. E quella si ottiene mettendo insieme gli aspetti tecnici, fisici e mentali».
Ed è sufficiente?
«Bisogna credere nel progetto tecnico-tattico. Il percorso è cominciato il giorno del raduno, il 17 maggio. Alle ragazze ho detto: per fare qualcosa di buono bisogna andare al di sopra della normalità, se saremo solo normali non vinceremo nulla».
Ha parlato del gruppo.
«Sì, eccezionale».
Motivi l’aggettivo.
«Ogni persona, e non solo le giocatrici, parlo del presidente, dello staff, dei medici, di tutti insomma, è stata capace di rinunciare a qualcosa per il bene della squadra».
Ma questa medaglia è un punto d’arrivo o di partenza?
«Un punto di partenza, chiaramente: ora possiamo credere che alla fine anche l’Italia può fare qualcosa di buono».
Si riferisce solo al basket?
«Il mio campo è quello».
Che cosa mancava a queste ragazze per vincere?
«Banalmente, acquisire equilibrio ai livelli più alti».
Tradotto?
«Ci sono giocatrici, e anche giocatori, che hanno più minutaggio in Nazionale che nel proprio club. È un dato che deve fare riflettere».
A livello giovanile le medaglie arrivano. Poi però...
«Poi però ci sono difficoltà tra i 17 e i 21 anni. È come la specializzazione in medicina, solo che qui non provi a fare le cose. C’è una fascia d’età dove giochi con poca o senza responsabilità. Quando a Teramo ho lanciato Polonara, per il quale faccio un gran tifo, Achille era un ragazzino ma giocava 22 minuti a partita. I giovani devono sperimentare quello che stanno studiando. E vuol sapere un altro segreto delle mie azzurre?».
Ci dica.
«Tutte erano responsabilizzate, tutte coinvolte per giocare al massimo livello, secondo le possibilità di ognuna».
Com’è allenare le donne?
«Non è diverso da allenare degli uomini. In entrambi i casi devo rispettare il mio ruolo, che è quello di allenare. L’etimologia di allenare è dar lena, dare forza. Io devo dare forza ai giocatori, o alle giocatrici, che alleno, farli crescere, migliorarsi. Una ragazza mi ha detto: “tu ci alleni come delle atlete”. Mi è sembrato un complimento bellissimo».
Parliamo dell’unica sconfitta, la semifinale. Rimpianti?
«Rimpianti no. Dispiacere. Ma non per l’ultimo tiro: per il primo e il secondo quarto, dove abbiamo concesso 12 punti al Belgio che non dovevamo concedere. L’ultimo tiro può andar bene o andar male».
Ne è proprio sicuro?
«Ho una convinzione: si deve sempre giocare ogni azione come se fosse la più importante della vita. Se non fosse stato così, nel supplementare con la Turchia avremmo perso. E invece ci siamo detti: il passato non si può cambiare, pensiamo solo alle prossime azioni. E anche contro la Francia abbiamo dimenticato il Belgio. E il bronzo è arrivato così».
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Marco Contento ha conquista la promozione con la Gemini Mestre e ha parlato a Il Messaggero Ed. Rieti. «Il finale più bello – ha detto Contento – è stata una stagione complicata, dopo un mercato ambizioso a novembre eravamo tredicesimi. Lì è arrivato coach Ferrari che ha sistemato le cose. Mi ha ricordato molto la mia prima stagione a Rieti, con la svolta arrivata nel mese di gennaio e la finale raggiunta». Dopo aver perso la finale playoff contro Roseto, Mestre si è giocata tutto in uno spareggio al cardiopalma. «La settimana di avvicinamento è stata difficilissima – spiega Contento – mentalmente eravamo consapevoli di essere a un bivio: inferno o paradiso. A 3 minuti dalla fine, sotto di 9 punti, ci credeva solo coach Ferrari che ci ha trasmesso l’energia giusta. Siamo arrivati all’overtime e lì non abbiamo sbagliato praticamente nulla».
Parlando del futuro: «Per ora mi godo il momento – conclude Contento – il mio intento è restare in zona qui nel nord-est per motivi personali, non so se sarò a Mestre ma sarei entusiasta di fare un anno qui in A2. Tornerei così a Rieti da avversario, avrei modo di rivedere molte persone a me care e una società che mi ha dato tanto: visto il rapporto che ho con i tifosi sono sicuro che l’accoglienza sarebbe delle migliori».
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In un finale drammatico ad alta intensità, i Vaqueros de Bayamón hanno battuto i Capitanes de Arecibo 79-76 al Manuel "Petaca" Iguina Coliseum, difendendo l'ultimo possesso per sigillare la vittoria. Hicks mette la tripla del 75-79 con 12". Rimessa Vaqueros, persa ai 5" e tecnico alla panchina, con Knight che mette il libero del -3. Knight e Vega poi non segnano le triple per l'overtime, e la palla muore nelle mani di Balkman.
Brandon Knight è stato il giocatore più offensivo con 27 punti e 7 assist; 17 punti Liz e 14 Hicks per i Capitanes; Stephen Thompson ha aggiunto 20 punti e 7 rimbalzi, 12 punti, 2 rimbalzi, 2 assist per Danilo Gallinari in 17', 10 punti Hernandez per Bayamón. Bayamón ha tirato con il 48% dal campo contro il 36% di Arecibo, oltre a vincere la battaglia nei rimbalzi (42-30) e nei punti nel pitturato (38-22), che hanno compensato le sue 16 palle perse. La stagione regolare dei Vaqueros di Gallinari finisce con una vittoria e il primo posto assoluto in classifica
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Il fuoriclasse dei Los Angeles Clippers James Harden è stato accusato di negligenza in una causa che sostiene che suo nipote Justice Armani Blackburn ha violentato una donna, Marisa Watley, 40 anni, mentre era incosciente dopo aver bevuto un drink offertole dal Blackburn in una festa di Capodanno a casa di Harden in Texas l'anno scorso. La causa è sostenuta in una denuncia civile presentata lunedì in Texas dallo studio legale Wigdor e dal co-avvocato Ellwanger Henderson. Le guardie di sicurezza assunte da Harden avrebbero potuto prevenire il presunto stupro e che è "indirettamente responsabile per le azioni delle sue guardie e del loro datore di lavoro". Nomina Harden, Blackburn e un numero imprecisato di guardie di sicurezza non identificate come imputati, elencati come "guardie di sicurezza da 1 a 10", e il loro datore di lavoro non identificato. La signora Watley chiede più di $ 100.000 di danni e vuole un processo con giuria, secondo quanto scrive nbcconnecticut.com.
