BASKETNET: Sei stato uno dei migliori play della storia del nostro basket eppure abbiamo “rischiato” di vederti diventare un calciatore e non un cestista. Il merito dell’innamoramento per la pallacanestro va ad alcuni sacerdoti ed a delle tute di raso…
CAGLIERIS: “ La mia passione da piccolo come per tanti era il calcio. Avevo iniziato da piccolissimo a giocare a pallone ed ero già nelle file dei pulcini della Juventus. Avrei proseguito molto volentieri, nonostante qualche problema a far conciliare allenamenti e scuola visto che frequentavo corsi pomeridiani. Un giorno all’Oratorio Don Bosco Crocetta qui a Torino ho visto giocare ed allenarsi dei sacerdoti americani. Ricordo perfettamente che si allenavano con delle tute di raso bellissime, che avrei visto solo anni dopo in Serie A. Per noi ragazzini, parliamo dei primi anni ’60, era come vedere dei “marziani”, uno sport tra l’altro il basket affascinante e di cui si parlava pochissimo all’epoca.”
BASKETNET: Amore a prima vista “ricambiato” anche dalla buona sorte visto che vieni scelto da un grande allenatore come Nico Messina per entrare nelle giovanili del basket torinese.
CAGLIERIS: “ Messina era un allenatore importante (vincitore di scudetti e coppe con Varese n.d.r.) ed era venuto in realtà a visionare un ragazzo molto promettente come De Poli. Scelsero di prendere anche me ed ebbi la fortuna di iniziare la mia carriera prima fino alla categoria allievi a Torino e poi anche un anno da juniores a Varese, un’esperienza molto formativa da ogni punto di vista”.
BASKETNET: Già da giovanissimo non ti sono mancate responsabilità e molte esperienze importanti, ancora in Piemonte. Prima Biella e poi Asti con la maglia della Saclà allenata da Lajos Toth per 3 stagioni sino al 1974.
CAGLIERIS: “ Sono state stagioni molto belle ed intense, non avevo nemmeno 18 anni quando arrivai a Biella e fu importante potermi prendere subito grandi responsabilità. Portammo Biella in serie A, fu una bellissima soddisfazione, ma anche gli anni ad Asti furono splendidi. C’era un bellissimo gruppo: Merlati, Bruno Riva, De Simone, Meo Sacchetti. La guida tecnica era affidata a Lajos Toth, un allenatore ed una persona di grande spessore. Per risolvere a volte qualche problema interno, tecnico o di spogliatoio non faceva grossi discorsi. Cercava di stimolare la comunicazione tra noi in modo semplice: ci convocava direttamente al ristorante, il suo luogo prediletto per dirimere le questioni, dove mettevamo da parte le tensioni e ci confrontavamo più serenamente senza isterismi, magari agevolati da un buon piatto”.
BASKETNET: Dal Piemonte il tuo salto a Bologna, anzi doppio salto bolognese visto che prima della Virtus trascorri un anno alla Fortitudo.
CAGLIERIS: "Non finì bene quell’annata in Fortitudo ma soprattutto a causa della molta sfortuna. Si fece male ancora durante la stagione il nostro straniero Ron De Vries mentre eravamo comodamente a metà classifica. Non potendo per regolamento sostituirlo perdemmo di fatto una pedina fondamentale ed alla fine fummo costretti agli spareggi per retrocedere e non riuscimmo a salvarci”.
BASKETNET: Ma dalla retrocessione arrivi invece in meno di un anno addirittura allo scudetto con la maglia bianconera nel 1976.
CAGLIERIS: “ Fu una svolta importante della mia carriera sia per l’importanza del club ma soprattutto per il salto di qualità anche a livello di responsabilità. Durante l’estate non c’ero solo io come play sul mercato, l’allora Sinudyne poteva scegliere anche un grande giocatore come Lorenzo Carraro per rimpiazzare Renato Albonico, storico capitano delle VNere di quegli anni, ed invece Dan Peterson e la società puntarono su di me. Sicuramente questo poteva aumentare la pressione ma anche l’autostima se una società importante ed un grande allenatore ti affidano le chiavi della squadra. Ed i risultati devo ammettere furono straordinari da subito: arrivammo a giocare la partita decisiva a Varese contro l’imbattibile Ignis di quell’epoca. Non c’erano ancora i playoff (che arrivarono dalla stagione successiva n.d.r.) ma quello fu una sorta di spareggio, di finale. Era una partita che sembrava impossibile, loro erano reduci solo da qualche giorno dall’ennesimo trionfo europeo ed avevano tutto il calore del pubblico giocando in casa. Invece vincemmo giocando una gara a dir poco perfetta, stupendo forse noi stessi per primi per la capacità di interpretare la partita”.
BASKETNET: Cinque stagione con la Virtus Bologna, eri il regista di una squadra fortissima che conquistò 3 scudetti e fece 5 finali consecutive. Eri l’ispiratore in campo di stranieri come Cosic, Driscoll e McMillian.
CAGLIERIS: “ Creso Cosic era un pivot dalla tecnica straordinaria, nonostante sia arrivato quasi a fine carriera alla Virtus ha sempre saputo bene come dosarsi e dare il massimo nelle partite che contavano. Era un centro ma aveva il talento per giocare bene in 3 posizioni diverse, possedendo tiro da fuori, da sotto, e passaggio. Nonostante qualche chiacchiera da bar, che ci voleva rivali, io e Creso invece andavamo d’accordissimo. Sono stato una delle ultime persone a sentirlo prima della sua scomparsa, un grande giocatore ed una persona splendida. Driscoll era arrivato a Bologna dopo un passato NBA ed ha interpretato al meglio il ruolo di leader. Prima in campo e poi anche come allenatore di quella Virtus che vinse due scudetti in fila. E’ stato abile a creare il clima giusto nello spogliatoio pur cambiando in uno solo anno la sua veste di giocatore in quello di coach, un equilibrio non semplice da realizzare ma Terry aveva dalla sua un grande carisma. Carisma e classe che non mancavano assolutamente nemmeno anche a Jim McMillian. Superba tecnica individuale e tanta umiltà, nonostante avesse un buon passato da Pro si è calato nella nostra realtà con grande intelligenza. Era il vero emblema dell’uomo squadra, durante il secondo anno alla Virtus si infortunò e da li iniziarono i nostri problemi”.
BASKETNET:Il pensiero va proprio alla tua ultima stagione a Bologna, 1980/81 finito con due finali perse, con Cantù in campionato e con il Maccabi a Strasburgo in una partita dalle infinite polemiche.
CAGLIERIS:” Nonostante i tanti titoli in Italia a quella squadra mancò un successo europeo per suggellare compiutamente quelle grandi annate. Ci fu anche tanta cattiva sorte, perdemmo la finale di coppa coppe con Cantù ma soprattutto il grande rammarico è per la coppa campioni persa contro il Maccabi. Prima della finale facemmo l’impresa di qualificarci battendo il Real in casa sua con un mio canestro molto importante che ci diede il più 3 con pochi secondi da giocare. Arrivammo a giocare a Strasburgo senza McMillian contro una squadra data per favorita. Il clima era già molto pesante prima della gara: i tifosi israeliani, per motivi di sicurezza, entrarono per primi. Eranto tantissimi ed invasero tutta la zona adiacente il parquet, anche in settori non di loro competenza. Nonostante il coraggio dei nostri tifosi sembrava di essere in trasferta, fattore confermato anche dal trattamento arbitrale non certo equo (soprattutto il famigerato Van Der Willige autore di arbitraggi poco felici ai danni anche di altre squadre italiane), e non parlo solo del fallo finale fischiato a Bonamico, ma mi riferisco a tutta la partita in generale. Fu una sconfitta immeritata e che forse convinse l’Avvocato Porelli (allora proprietario della Virtus) a “disfare” un po’ frettolosamente la squadra. Anche la finale con Cantù non possiamo definirla certa un episodio fortunato. Giocammo senza entrambi gli stranieri le ultime due partite (si fece male anche il brasiliano Marquinho) ma fummo in grado noi soli italiani di realizzare l’impresa di portare una fortissima Cantù allo spareggio”.
BASKETNET: La Virtus cambia pelle e torni presso la tua amata Torino, da un impresa sfiorata con il club giunge un forse inatteso trionfo europeo a livello di nazionale nel 1983 a Nantes.
CAGLIERIS: " Onestamente pensavo, avevo circa 30 anni, di essere ormai in un momento declinante. Invece a Torino ho avuto alcune stagioni molto importanti dove giocavamo un bel basket arrivando più volte in semifinale, fermati spesso solo da una grande Milano. In nazionale mi presi una grande rivincita dopo l’amara esclusione dal gruppo che fece le Olimpiadi del 1980. Fu una beffa atroce per me, veniva da due grandi stagione con la Sinudyne e vedermi sfuggire un appuntamento del genere mi mise addosso molta amarezza. Lo dissi con molta franchezza anche a Sandro Gamba (allora CT della nazionale) con cui avevo un rapporto molto diretto nonostante la mancata convocazione. Lui abbastanza a sorpresa mi convocò per quegli Europei dove dividevo “l’onere” della regia con Marzorati e Brunamonti, il quale ogni tanto giocava anche da guardia visto il fisico e le caratteristiche tecniche”.
BASKETNET: E di quell’europeo resterà sempre l’emblema del bacio al pallone che hai dato al fischio di chiusura della finale contro la Spagna, una delle immagini più belle dei trionfi internazionali della nostra nazionale.
CAGLIERIS: “ E’ stato un momento indimenticabile per la quantità di emozioni che mi hanno attraversato in quel momento. Fu un gesto istintivo, il coronamento di un grande torneo giocato in crescendo dopo aver esordito nella prima partita contro la Spagna dove vincemmo, sinceramente, in modo un po’ fortunoso. Per la finale invece eravamo caricatissimi, c’era la consapevolezza di essere forti e di avere un gruppo molto solido, si poteva perdere ma nessuno di noi lo credeva realmente. C’erano dodici giocatori che erano tutti abituati ad essere grandi protagonisti nelle loro squadre, penso a Gilardi che veniva dallo scudetto con Roma, Meneghin, Brunamonti, Marzorati, e tutti gli altri. Tutti campioni e vincenti, ognuno sapeva dare un contributo anche minimo in termini di minuti se necessario”.
BASKETNET: Sei stato un regista classico dal punto di vista tecnico, un play purissimo come ce ne sono pochi oggi. Come vedi il cambiamento del tuo ruolo in questi ultimi anni.
CAGLIERIS: “ La mia opinione personale è che uno dei danni sia rappresentato dalla regola dei 24 secondi, oltre a quella degli 8 secondi per arrivare oltre la metà campo. Con il pressing esasperato che spesso si fa si impedisce alla fonte del gioco di ragionare. Obbiettivo che limita i tuoi avversari ma che gli stessi possono fare poi contro di te nella tua metà campo. Per questo il play ha poco tempo per pensare ed impostare la manovra per arrivare ad un buon tiro. Si aumentano senz’altro il numero dei possessi ma a scapito della qualità dei tiri e spesso anche delle percentuali e dei punteggi. Un altro possibile rimedio è quello di spostare come stanno facendo la linea dei 3 punti più indietro, sperando che possa servire a dare nuove dimensioni al gioco. Penso sia sempre meglio copiare in questo senso gli americani che restano gli inventori del basket. Nel mio ruolo ho avuto tanti avversari straordinari, tra gli italiani Marzorati e Brunamonti mentre tra gli stranieri temevo e rispettavo molto Eremin (play russo dell CSKA), un giocatore dotato di grande intelligenza cestistica. Il vero punto di riferimento, quello che ha sempre destato in me è stato Giulio Iellini. Non era certamente un giocatore dai mezzi esplosivi ma credo interpretasse in modo sublime il ruolo di regista”.
BASKETNET: Il legame con il basket di Caglieris che resta intatto anche oggi con il nuovo incarico ricevuto da Dino Meneghin..
CAGLIERIS: “ Meneghin mi ha affidato il compito di dirigente accompagnatore della nazionale Under 16, una sorta di ruolo da ambasciatore del nostro basket a livello giovanile, un incarico che faccio con entusiasmo.La mia vera professione però al momento è quella di insegnante di Educazione Fisica presso l’ex ISEF di Torino. E’ qualcosa che amo fare, mi piace poter parlare con i giovani, dargli dei valori a cui ispirarsi e cercare di spiegare loro che prima bisogna impegnarsi nello studio e cercare di essere buoni cittadini prima ancora che ottimi sportivi. Proprio in questo senso tengo molto anche al progetto al quale sto collaborando da anni con la regione Piemonte per l’attività sportiva nelle carceri, un esperienza umana straordinaria che cerco di trasmettere ai ragazzi anche nel mio lavoro quotidiano con i giovani”.



