Le Finals 2011 continuano a rispecchiare l'andamento della edizione precedente della serie in cui ci si gioca l'anello. Lo scorso anno, infatti, nella sfida fra Lakers e Celtics i californiani vinsero gara1 in casa, persero la seconda sempre a Los Angeles, vinsero gara3 a Boston per poi perdere ancora in trasferta le successive due. Esattamente come gli Heat quest'anno. Un anno fa i Lakers, sotto 3-2 ma con due partite da disputare sul proprio parquet, riuscirono a completare la rimonta, vincendo la decisiva gara7. Riuscirà Miami ad imitare i campioni NBA 2010?
Le impressioni relative alle due compagini in lizza per il titolo sono assai differenti rispetto all'inizio della serie. Se fino a gran parte di gara4 gli Heat avevano più o meno sempre dato l'idea di avere tatticamente in mano l'inerzia, all'indomani di gara5 le cose non paiono così definite. La partita che ha dato ai Mavs il primo vantaggio nella serie, nonché la chance di poter chiuderla domenica notte in Florida, è stata diversa dalle quattro precedenti. Innanzitutto il punteggio: mai nessuna delle due squadre era riuscita a scollinare oltre i cento punti e ieri notte lo hanno fatto entrambe. Nessuna delle due era neppure riuscita a realizzare un quarto da 30 punti ed anche questo è avvenuto (Dallas lo ha addirittura fatto due volte: nel primo e nel secondo quarto). Se la costante finora era stata una Miami in grado di uscire meglio dai blocchi di partenza e di subire regolarmente nei finali di gara, stavolta la musica è stata differente, tranne che in relazione agli ultimi minuti – chiusi dal terrificante ed eloquente parziale di 17-4 messo a segno dai Mavs. Il dato, in ogni caso, è che con un punteggio alto Dallas aumenta le proprie chances di giocarsela fino in fondo.
Ovviamente, non si può non menzionare l'infortunio occorso a Dwyane Wade, che ha privato a lungo gli Heat del loro uomo migliore in queste Finals. Tuttavia la sensazione è che anche con Wade in campo qualcosa fosse cambiato. Il dato che balza agli occhi è quello delle percentuali: che Dallas fosse una squadra di tiratori si sapeva, ma il 56% dal campo ed il 13/19 da 3 sono statistiche in totale controtendenza rispetto alle altre partite di finale. I Mavs, a differenza delle altre gare, sono partiti fortissimo fin da subito e lo hanno fatto utilizzando un'arma che non sempre hanno avuto a disposizione in precedenza: i punti in transizione. Aldilà delle cifre finali (18) le palle perse di Miami hanno dato ritmo all'attacco dei texani, che per una volta non si sono trovati costretti alla rimonta fin dal primo quarto. Le percentuali sono rimaste alte poi per tutto il corso del match. É vero che potesse essere lecito attendersi su sette partite almeno una del genere da parte di Dallas, ma ciò che è cambiata è la qualità dei tiri.
Carlisle nelle ultime due partite ha rivoluzionato la sua rotazione: Barea in quintetto al posto di Stevenson e Stojakovic che non si alza più dal pino a vantaggio del commovente Cardinal. Ebbene, la presenza costante di almeno uno fra Barea e Terry dà la possibilità ai Mavs di avere almeno un giocatore in grado di battere l'uomo dal palleggio, cosa che è avvenuta in modo persino imprevisto ieri notte. Gli esterni di Miami hanno clamorosamente faticato nel contenere le penetrazioni uno vs uno e di conseguenza il sistema di rotazioni, che finora aveva funzionato in modo perfetto, è stato molto meno efficace. La manovra offensiva non è nata sempre e soltanto dal palleggio di Jason Kidd ma il playmaker ha potuto sfruttare in seguito agli scarichi le sue favolose doti di passatore per velocizzare la circolazione di palla e muovere la difesa di Miami o per colpire da oltre l'arco (3/5 da 3, e si veda la tripla decisiva negli ultimi minuti su scarico di Terry che batte facilmente James centralmente). Barea e Terry hanno invece concluso con 38 punti totali e 14/23 dal campo. Altro aggiustamento interessante (e vincente) è consistito nel doppio blocco iniziale con Kidd stavolta in veste di palleggiatore e – in base agli uomini in campo – uno fra Barea e Terry e uno fra Nowitzki e Chandler. La sensazione è che Dallas in questo modo sia riuscita ad "allargare" il campo molto più di prima ed i lunghi di Miami hanno mostrato delle evidenti difficoltà nel ruotare e coprire il lungo diretto verso il canestro (soprattutto Chandler) o pronto a tirare da fuori (Nowitzki). In particolare Chris Bosh è apparso spesso a disagio difensivamente, difficoltà acuite poi nella seconda parte di gara, quando il lungo ex-Raptors ha perso fluidità in attacco ed ha accusato mentalmente anche nella propria metà campo.
Eppure, nonostante gli inusuali problemi difensivi e le percentuali da capogiro di Dallas, Miami non solo è rimasta aggrappata alla partita ma è riuscita a mettere a testa avanti nel finale, prima di essere letteralmente sommersa dai padroni di casa. Ciò è dovuto sia al dominio sotto i tabelloni (36-26, ma i Mavs hanno catturato importanti rimbalzi offensivi nel finale), sia alle percentuali, stranamente alte (53% dal campo, 8/20 da 3, anche se un 7/10 dipende dalla coppia Chalmers-Miller) anche per gli ospiti. Anche qui, la difesa di Dallas ha avuto problemi nel contenere le penetrazioni nel pitturato, non solo di Wade ma anche di James, che ha cominciato la gara in maniera decisamente più aggressiva rispetto alle precedenti. I lunghi di Dallas non sempre sono stati impeccabili nel riempire l'area durante le incursioni avversarie: in particolare Nowitzki, da sempre non proprio un fulmine di guerra difensivamente, è stato chiaramente costretto dall'attacco di Miami a difendere in zone a lui poco congeniali, per non parlare dei ritardi nelle rotazioni sui pick'n'roll che hanno prodotto troppi facili lay-up a gente come Bosh o Haslem. Miami ha sempre avuto momenti di amnesie offensive anche nelle altre partite, ma la sua difesa ha di solito prodotto molti più punti in campo aperto, che sono stati notoriamente il viatico per ogni parziale Heat che si rispetti. In gara5 Dallas ha perso "soli" 11 palloni, molti meno di Miami ed ha giocato perdipiù tutti gli ultimi possessi difensivi alla grande, a differenza dei propri avversari. I veri problemi per Miami riguardano però essenzialmente i finali di gara: James ha messo a referto soli due punti (ma nell'ultimo minuto e ormai con un -7 sul tabellone) nell'ultimo periodo, Bosh è progressivamente scomparso, Wade – pur non essendo al meglio – ha fatto quello che ha potuto. Resta un mistero il perché Lebron James (anche se c'è da sottolineare i 46' sul parquet) non possa abusare fisicamente di Jason Kidd invece che attaccarlo a sei-sette metri da canestro per prendersi un jumper che in questo momento non riesce proprio a mettere ed il perché Miami, pur avendo i migliori due giocatori del pianeta per quanto riguarda l'attaccare il ferro, ne usi normalmente solo uno che tiene ferma la palla mentre l'altro (ed è il caso di James, principalmente) aspetta l'evolversi dell'azione fermo sul lato debole.
Domenica notte Miami tornerà fra le mura amiche e non avrà più la possibilità di sbagliare. Sarà difficile rivedere i tiratori dei Mavs ancora on fire come in gara5, ma si è visto che in un modo o nell'altro l'inerzia della serie ha virato verso il Texas. Resta da capire se gli Heat – che hanno non solo il vantaggio del fattore campo ma anche un vantaggio tecnico – saranno in grado di mettere da parte i problemi emersi nelle ultime partite e di fare quello che sono riusciti a fare i Lakers con le spalle al muro un anno fa.
NBA Finals Analysis: l'attacco dei Mavs cambia l'inerzia della serie
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- Scritto da Luigi
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